Se i cieli del 2025 hanno un nuovo rumore di fondo, non è il ronzio dei droni. È il clic secco di un sistema che si arma e la linea invisibile di un raggio che ripulisce l’aria. Apollo, il laser che promette di colpire 200 droni con una scarica, nasce per un mondo che non può più permettersi di aspettare l’allarme.
I tecnici puntano lo sguardo su schermi verdi, il vento sposta la polvere e una torre metallica scricchiola a ogni raffica. Una linea bianca, sottile come un filo, scavalca l’aria e si perde oltre il bosco. *Odora di pioggia prima della pioggia.* Poi, una pioggia diversa: scie scure che scendono, una dopo l’altra, come coriandoli spenti. Qualcuno sussurra “centoquattro… centoventi… centonovantasei”. La conta sale, il ronzio cala. E resta un silenzio che non è pace. È attesa.
Cos’è “Apollo” e perché adesso
Apollo è un’unità a laser ad alta energia pensata per neutralizzare sciami di droni a corto e medio raggio. Non un raggio unico, infinito, ma una sequenza rapida di impulsi che taglia, scalda, acceca, mette fuori gioco. L’idea forte è semplice: ridurre il costo per colpo a una frazione di quello di un missile e aumentare la cadenza di ingaggio fino a ritmi “da tempesta”. Qui la parola chiave è saturazione. E Apollo nasce proprio per governarla, non per inseguirla.
Nei test dimostrativi, raccontano i presenti, una “scarica” coordinata ha agganciato un ventaglio di bersagli in meno di tre minuti. Piccoli quadricotteri, modelli pusher più veloci, imitazioni di loitering munition: il contatore ha macinato numeri e i bersagli sono caduti come frutti troppo maturi. Il dato che circola tra gli addetti: fino a **200 droni in sequenza**, con pause millimetriche per ritarare l’ottica e dissipare calore. Non è magia. È orchestrazione di sensori, software e termica.
La logica dietro è spietata. Un missile spalanca il portafoglio, un drone lo punge a basso costo. Un laser ribalta l’economia dello scontro: il **costo per colpo scende a pochi euro**, l’energia è elettrica, l’effetto è diretto. Il collo di bottiglia non è la munizione, è il tempo sul bersaglio. Parliamo di secondi, non di minuti. Ecco perché Apollo vive di velocità di puntamento, qualità del fascio e raffreddamento. Se uno dei tre zoppica, lo sciame passa.
Dentro la “scarica”: come si colpiscono gli sciami
La scarica non è un lampo unico. È un ciclo. Il radar a corto raggio “vede” la nuvola, l’ottico-infrarosso conferma, l’AI prioritizza in base a traiettoria e pericolosità. Poi parte la danza: micro-aggiustamenti del gimbal, impulso di 2-5 secondi su un punto vitale (motori, battery pack, sensori), decentramento di pochi milliradianti e nuovo aggancio. Il segreto? Mantenere il fascio sullo stesso pixel del bersaglio mentre tutto si muove. Sembra un videogioco, non lo è affatto.
Abbiamo tutti vissuto quel momento in cui senti arrivare qualcosa prima ancora di vederla. In città, quel “qualcosa” può essere uno sciame che sbuca dietro un edificio. Qui entra la gestione degli ostacoli e dei riflessi. Le squadre che hanno provato Apollo in ambiente urbano parlano di “corridoi puliti” definiti minuto per minuto. Diciamoci la verità: nessuno fa davvero esercitazioni del genere ogni giorno. Eppure basta un errore di posizionamento per sprecare energia o, peggio, lasciare passare il numero 201.
Chi lavora sul campo riassume così:
“Un laser non vince perché è forte. Vince perché è al posto giusto, al momento giusto, con l’algoritmo giusto.”
- Tempo di ingaggio per drone: 2-6 secondi, a seconda dei materiali e della distanza.
- Raggio utile reale: 2-4 km su piccoli quadrirotori, fino a 7 km su bersagli più caldi.
- Condizioni meteo: foschia e pioggia allungano i tempi, polvere e fumo richiedono più potenza.
- Energia: modulo da 300 kW di picco, gestione termica a liquido e batterie-tampone.
- Integrazione: reti C2 esistenti, sensori radar e IR, fusione dati con jammer e reti mesh.
Dal poligono alla città: cosa cambia davvero
La teoria è bella. Poi arriva la logistica. Una squadra tipica schiera un veicolo con il laser, un’unità sensori separata, un generatore e un cavo d’ombra sicuro per evitare riflessi accidentali. La prima mossa è mappare il cielo “utile”: tetti, gru, pannelli, vetri. La seconda è calibrare i filtri su materiali comuni dei droni (ABS, CFRP, alluminio sottile) per scegliere dove scaldare prima. La terza è definire le soglie: quando accecare, quando danneggiare, quando bruciare.
L’errore tipico è sottovalutare i passaggi da vicino. Il drone piccolo non è invisibile, ma è rapido a cambiare quota e angolo. Qui si sbaglia a inseguire “l’uccellino” e non la sua ombra sul terreno: la telemetria della scena aiuta più della pancia. Un’altra trappola è il meteo: l’aria umida ruba energia, l’aria sporca la disperde. Non si tratta di “sparare più forte”, bensì di scegliere l’istante buono. E di rinunciare quando il colpo non vale il tempo.
Un capo-sistema lo dice senza giri di parole:
“Se non puoi vedere, non puoi colpire. Se non puoi raffreddare, non puoi continuare.”
- Ridondanza termica: due circuiti indipendenti per non fermarsi a metà scarica.
- Regole d’ingaggio urbane: stop automatico se il fascio incrocia vetri o superfici riflettenti.
- Cooperazione: il laser non è solo, lavora con jammer, reti RF e droni intercettori.
- Costi: **costo per colpo nell’ordine di euro**, contro migliaia di un missile SHORAD.
- Formazione: turni brevi, operatori freschi, check list aggressive. Il resto è fatica inutile.
Un varco che si apre, non una porta che si chiude
Chi guarda Apollo vede un’arma, ma la storia è più larga. C’è un varco che si apre tra minacce accessibili e difese sostenibili. Un laser che “spazza” 200 droni non elimina il rischio, lo ridisegna. Significa portare la protezione su tetti di ospedali, stadi, porti, snodi ferroviari senza esaurire arsenali. Significa anche fare i conti con la meteo, con l’energia su richiesta, con la responsabilità di ogni colpo invisibile. La domanda che resta sospesa non è solo tecnica. È culturale: quanto accetteremo di automatizzare la difesa del cielo che abbiamo sopra casa?
| Punto chiave | Dettaglio | Interesse per il lettore |
|---|---|---|
| Ingaggio di sciami | Sequenza di 200 bersagli con scarica coordinata | Capire se una città può davvero “respirare” sotto attacco |
| Economia del colpo | Energia elettrica, costo per colpo di pochi euro | Perché questo cambia le regole rispetto ai missili |
| Limiti reali | Meteo, linee di vista, gestione termica | Quando il laser funziona e quando no, senza illusioni |
FAQ :
- Che cos’è il laser Apollo?È un sistema a energia diretta che usa un fascio ad alta energia per danneggiare sensori, motori o batterie dei droni, coordinato da radar e ottiche con algoritmi di prioritizzazione dei bersagli.
- È davvero capace di colpire 200 droni con una “scarica”?La “scarica” è una sequenza rapida di ingaggi. In scenari di test controllati si possono neutralizzare centinaia di micro-bersagli in pochi minuti, se sensori, potenza e raffreddamento reggono il ritmo.
- Quanto influisce il meteo sulle prestazioni?Nei giorni umidi, con foschia o polvere, i tempi di permanenza sul bersaglio si allungano e la distanza utile si riduce. La pianificazione tiene conto di finestre meteo favorevoli.
- Quando lo vedremo in servizio operativo?Le prime unità pre-serie sono pronte per siti sensibili e test di integrazione con reti C2. L’adozione diffusa richiede iter normativi, addestramento e protocolli d’uso in ambiente urbano.
- È sicuro usarlo in città?Le regole d’ingaggio includono zone d’ombra, stop automatici su superfici riflettenti e corridoi di fuoco. La sicurezza dipende dalla disciplina operativa e dall’integrazione con altri sensori.









